«Amicorum conloquia absentium» è l’espressione ciceroniana con la quale Antonio Pitta chiudeva uno dei suoi ultimi scritti, e che dà ora il titolo al volume voluto dall’Associazione Biblica Italiana, di cui è stato presidente. Dopo l’improvvisascomparsa avvenuta il 1° ottobre 2024, colleghi, allievi e amici dedicano alla sua memoria un omaggio, un saluto e la prosecuzione di un dialogo che varca il confine fra tempo ed eternità. Esegeta del Nuovo Testamento fra i più autorevoli, ordinario e prorettore alla Pontificia Università Lateranense, Pitta ha consacrato la vita allo studio del Corpus Paulinum, formando generazioni di biblisti e servendo con generosità la Chiesa e la comunità scientifica. I sedici contributi qui raccolti, firmati da studiosi di rilievo internazionale, ripercorrono i sentieri di ricerca a lui più cari: le lettere di Paolo e la loro retorica, il rapporto fra il vangelo e Israele, i vangeli e la loro tradizione, la ricezione patristica e il dialogo con il diritto romano. Impreziosiscono il volume due contributi inediti dello stesso Pitta e il suo profilo bibliografico completo.Il lettore scoprirà così come l'eredità di un maestro continui a vivere nel solco dei suoi studi e divenga un colloquio fra amici che apre alla ricerca biblica strade ancora feconde, perché la parola scritta – come insegnava Cicerone – custodiscespiritualmente presenti.
Il vero e unico testo da mettere tra le mani di chiunque si accinga a intraprendere un percorso di fede o di chi voglia riaccenderlo è la Bibbia e, in modo speciale, i quattro vangeli. La novità di questo progetto è presentare il testointegrale del vangelo nel formato di un libro di catechismo, perché possa veramente essere utilizzato per avvicinare la Scrittura anche come oggetto di studio e approfondimento. Le pagine a colori e le immagini aiutano a penetrarenel messaggio racchiuso nel testo, il tipo di carta utilizzata nel volume facilita lo scrivere, sottolineare, segnare piccoli appunti, perché ogni lettore possa «fare proprio» il testo biblico.
Fra gli anni Venti e Trenta del Novecento un laico scrive al suo parroco: lettere pungenti, ironiche e a tratti spietate in cui gli dice quello che ai suoi occhi proprio non va in parrocchia: troppo clericalismo, un Vangelo troppo recitato e poco vissuto, troppa indifferenza verso i poveri. L’epistolario sarebbe già sorprendente in sé per la lungimiranza profetica e il coraggio di parlare alla chiesa di quegli anni, ma diventa una testimonianza straordinaria perché quel finto laico è in realtà lo stesso don Primo Mazzolari.
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